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 La lama insanguinata: passo dopo passo. 
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Messaggio La lama insanguinata: passo dopo passo.
Passo dopo passo, vento e frustate sul suo corpo che cresceva, si induriva.

Un unico pensiero: sopravvivere.

Lo sguardo si fece duro, affilato, furtivo. Riuscire a cogliere ogni minima esitazione, riuscire ad ignorare il dolore, i rigori dell’inverno, il caldo asfissiante dell’estate.

Nella mente un unico pensiero: il cavaliere Elfico, il simbolo della sua malvagità impresso sul vessillo dell’araldo.

L’avrebbe trovato ed avrebbe avuto la sua vendetta.

Un’altra sferzata sulla schiena lo riportò nel mondo reale. Davanti a lui, il solco tracciato dalle sue gambe nel terreno, circolare, senza esitazioni, un piede di fronte all’altro, per anni.

Il ragazzino era diventato uomo, le spalle possenti spingevano la ruota, i muscoli, rinvigoriti e massicci, si flettevano danzando sotto la pelle.

I compagni erano svaniti, morti oppure deportati chissà dove. Negli anni, chi era crollato sotto il peso della ruota del destino era diventato nient’altro che cibo per i mastini da guerra.

Il cranio degli sventurati pendeva dal pilone centrale della ruota, mostrando il ghigno delle fauci a chi alzava lo sguardo verso il cielo.

Spingere, andare avanti, ignorare il dolore, dimenticare la sofferenza, resistere. Questi erano oramai i compagni di Searinox, i suoi momenti di sollievo, il suo unico conforto.

Rimase senza parole quando un giorno il suo aguzzino, lo stesso Orco che gli aveva più volte inferto dolore per il solo gusto di vederlo soffrire, gli disse di fermarsi.

Rumore di passi pesanti e di metallo. Forse era arrivato anche il suo momento. Morte o speranza?

Nonostante la polvere, intravide la sagoma incerta del grosso ominide che si avvicinò all’Orco. I due si salutarono e parlarono brevemente.

Subito dopo, l’Orco si avvicinò a Searinox, gli tolse senza alcuna riguardo i bracciali che lo incatenavano alla ruota e gli pose al collo un collare metallico di fattura grezza, con inciso il suo nome.

Ora tu ha nuovo padrone, feccia. Forse io te appende qui come altri, forse no.” Emise un grugnito simile ad un risolino sadico, gli occhi rossi inespressivi si serrarono, aspettando una reazione.

Nulla.

Il Guerriero tauren si avvicinò, lasciando trapelare sotto le coltri di pelliccia il simbolo che Searinox aveva rammentato a se stesso per anni. Le mascelle si serrarono ed il suo corpo reagì con una rapidità inaspettata da entrambi i suoi carcerieri. Impugnò la catena che lo legava alla ruota e la passò rapida intorno al collo dell’Orco.

I muscoli, oramai allenati e vigorosi negli anni, piegarono e spezzarono il collo del suo aguzzino, lasciandolo incredulo al suolo, sul suo volto l’espressione sbigottita di chi non sa di essere già morto.

Il Tauren emise un grugnito di soddisfazione nel vedere il ragazzo diventato uomo: “Dovrei ucciderti subito, uomo”. La mano si poggiò sul grosso maglio al suo fianco.

Searinox capì che la lotta sarebbe stata impari. Il tauren era calmo, impassibile. Aspettava una sua reazione.
La posizione di guardia assunta lasciava presagire un guerriero esperto, ben addestrato.

“Sopravvivere”, questo pensò Searinox. “Non è ancora il momento”. Lasciò cadere la catena al suolo.

Il Tauren lo portò lontano, bendato ed in catene. Le mani corsero per giorni esplorando la gabbia metallica in cui era stato imprigionato. Un lungo viaggio attraverso sentieri oscuri.

Il caldo asfissiante e secco rivelarono la loro meta: Gadgetzan.

Un piccolo villaggio governato dai goblin, in cui tutti erano i benvenuti, ancor di più il denaro che seguiva da sempre gli avventurieri.

La gabbia rimase sotto il sole, cuocendogli la pelle.

Al tramonto, alcune mani sottili tolsero la benda dagli occhi e lo strattonarono fuori dalla gabbia dove era stato imprigionato, che ora sembrava ancora più piccola.

Fu incatenato all’arena. Di fronte a lui, il suo sfidante, un troll dalla pelle scura macchiata dai raggi del sole.

Lo fissava con odio, digrignando i denti. I bracciali chiodati erano ancora sporchi del sangue dell’ultimo combattimento. I suoi occhi lo scrutavano assetati attraverso l’elmo di borchie e cuoio, grezzo nella fattura.

Un gladiatore. Ecco il motivo del suo viaggio. Avrebbe combattuto nell’arena per l’insano divertimento di qualcuno e per la ricchezza di altri.

La luce tremula di alcune torce rendeva lo sguardo del suo contendente ancora più perverso, maligno.

Searinox si sdraiò al suolo, cercando di recuperare le forze.

Lo svegliarono i rumori e le grida della folla intorno a lui. Due vecchie megere discutevano si chi avrebbe vinto: “Che ne dici di quello nuovo?” chiese con voce sdentata una. “No no, sembra già morto”, rispose. “Mah, Shett’ Dral porta sempre buoni combattenti, che ne pensi?”, insistendo e puntando il dito bitorzoluto in direzione di Searinox. “Ma no, no. Io scommetto sul troll, ha già vinto ieri, non ricordi?”.

La gabbia fu aperta e furono gettati dentro. Alcune ossa sparse al suolo rivelarono il macabro destino dei suoi predecessori. Il troll si rialzò fulmineo e si preparò al combattimento. Searinox non fece in tempo a scostare i lunghi capelli dai suoi occhi che ricevette un colpo in pieno stomaco. Il fiato uscì improvvisamente, i polmoni svuotati. Un dolore fitto gli pervase il corpo.

Il troll lo prese per i capelli e lo getto contro le pareti della gabbia, cominciando a tempestargli i fianchi con i pugni chiodati dei suoi bracciali. La pelle di Searinox si fece livida.

Dolore, violenza, grida di incitamento, sputi, insulti, il fiato pesante del suo avversario che lo colpiva, dolore, ancora dolore.

“Sopravvivere”, la mente tornò alla frase detta la suo aguzzino il giorno in cui fu incatenato alla ruota del destino.

Searinox si girò improvvisamente sui talloni, rapido, incurante del dolore che gli procurò l’aver lasciato alcune ciocche tra le mani del troll.

La sua mano si posò sul collo del suo contendente, sbilanciato per l’ultimo colpo andato a vuoto. La testa si infranse rumorosamente sulla gabbia. Searinox lo prese per un braccio, piegandoglielo sulla schiena. Il rumore delle ossa infrante fu secco. Ed il grido di dolore del troll lo rinvigorì. I suoi occhi, preda di una furia che non avevano ancora conosciuto, corsero lesti sul terreno di scontro, alla ricerca di una qualsiasi arma, tornando alla fine verso le proprie mani.

Gli spezzò anche l’altro braccio, privando il troll di entrambe le armi che aveva. Il ruggito fragoroso della folla lo colmò di estasi, sentì che il destino aveva già scelto il proprio vincitore.

Lo finì a pugni, fracassandogli il cranio, lasciandolo nella polvere dell’arena. Incredulo, si guardò intorno, sentendo nominare il proprio nome.

Scontro dopo scontro apprese il senso del valore.

Del proprio valore.

E la folla era sempre là, pronta ad osannarlo, pronta a ricevere il sangue dello sfortunato avversario di Searinox.

Dal suo primo scontro, aveva rinunciato alla capigliatura che per poco non gli era costata la vita.

Col tempo le vittorie di Searinox si fecero innumerevoli.

Shett’ Dral , il suo padrone Tauren, lo portò a Nord, con grandi onori, nonostante fosse uno schiavo.

Studiò l’arte della guerra, la filosofia dei Draenai, fu addestrato nelle migliori discipline e giacque con donne di inimmaginabile bellezza, raffinate nell’arte della seduzione e del piacere.

E mai si scordò del segreto dell’acciaio, che suo padre gli aveva raccontato in un’infanzia oramai lontana, sbiadita.

Combattere. Vincere. Sopravvivere.

Shett’ Dral lo portava sempre con sé.

Temendolo, per la sua natura ferina.

Amandolo, quasi fosse stato il figlio che la guerra non gli aveva mai dato.

Ho paura che i miei figli non mi comprendano, Shett’ Dral, amico mio”, disse una sera un capo tribù Orco, durante uno dei numerosi festeggiamenti dopo ogni vittoria di Searinox.
Erano seduti nella sua tenda, intorno al vino ed alle vivande preparate appositamente per celebrare Shett’ Dral e la sua “creatura”.

Searinox sedeva con le gambe incrociate nella tenda, poco distante da loro.

Qual è il meglio della vita?!” chiese improvvisamente Khtuggar, il capo orco.

Uno dei figli, probabilmente il suo primogenito, prese coraggio e rispose “La steppa immensa. Un cavallo veloce. Falchi sul tuo braccio. E il vento, che ti stordisce!!!”. “Noo!!!” rispose iroso Khtuggar al figlio, accompagnando il suo dissenso con un cenno inequivocabile della mano.

Searinox, qual è il meglio della vita?!”, chiese Khtuggar.

Schiacciare i nemici! Inseguirli mentre fuggono! E sentire i lamenti delle femmine”, disse con sguardo inespressivo.

Questo è bene”, annuì l’orco.

Il sangue di sua madre sulla lama di suo padre. Quel silenzioso fruscio sul collo della donna. L’elfo che lo guardava. Quel simbolo.

Fu svegliato dal rumore di passi pesanti.

Shett’ Dral si era avvicinato a lui minaccioso, con una possente ascia bipenne tra le mani.

I muscoli del tauren si gonfiarono e la lama si abbatté … sulla sua catena!!!

Le scintille sprizzarono intorno e l’ultimo anello cedette.

Con un calcio Shett’ Dral gli disse “Vai ora! Sei libero! Va!”.

Searinox, come un animale da troppo in tempo tenuto in cattività, cominciò a correre, sparendo all’orizzonte.

_________________
Non possiamo decidere come nascere, ma possiamo scegliere come affrontare degnamente la fine

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giovedì 27 marzo 2008, 11:55
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