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 La lama insanguinata 
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Messaggio La lama insanguinata
Fra il tempo in cui l’oceano inghiottì i reami di Nagrand

E il sorgere dei figli di Kalimdor

Ci fu un’era, al di là di ogni immaginazione.

L’era in cui visse colui il quale sarà destinato a portare la corona ingioiellata di Stormwind sulla sua fronte inquieta.

Sono io, suo cronista, il solo che può raccontarvi la sua saga.

Lasciate che vi dica di quei giorni di gloriose avventure


Da “Le cronache perdute dei Reami Uniti”

___________________________________________

Era da poco cessato di nevicare, sulle montagne a sud di Winterspring, al confine con il reame di Felwood.

In cima ad uno di questi, un padre educava un figlio, insegnandogli ciò che apprese a sua volta dai propri antenati:

Fuoco e vento provengono dal cielo, dagli dei del cielo,
Ma è Khrotan il tuo dio, Khrotan che vive nella terra.
Un tempo i giganti vivevano nella terra e nell'oscurita` del caos mistificarono Khrotan e gli sottrassero il mistero dell'acciaio. Khrotan si adiro` e la terra tremo` e fuoco e vento si abbatterono su quei giganti e scagliò i loro corpi nelle acque.
Ma nel loro furore gli dei si dimenticarono del segreto dell'acciaio e lo lasciarono sul campo di battaglia, e noi che lo trovammo non siamo che uomini. Ne' dei, ne' giganti. Solo uomini.
E il segreto dell'acciaio ha sempre portato con sé un mistero; devi impararne il valore figlio mio, devi impararne la disciplina.
Perché di nessuno, di nessuno al mondo ti puoi fidare,
ne' uomini, ne' donne, ne' bestie. Di questo solo ti puoi fidare

Il ragazzo non scorderà mai la spada mostratagli in quell’occasione dal padre, forgiata con le proprie mani.

Le dita correvano agili e sottili sulla sua piccola canna da pesca e già gustavano il trionfo che lo avrebbe condotto a casa, più tardi, con i suoi trofei tra le mani “Stasera mia madre sarà orgogliosa di me”, pensava allegramente il ragazzino, coperto da una spesso strato di pelli di lupo per proteggersi dal freddo.

Poco più in là, un cervo fece la sua apparizione tra i tronchi della foresta innevata. L’aria era frizzante e faceva sembrare l’alito dell’animale simile ai respiri infuocati di un drago delle leggende, come nelle tante favole raccontate davanti al focolare domestico della loro casa, mentre il padre, un fiero combattente delle Eastern Kingdoms, da tempo emigrato nel Kalimdor per sfuggire agli orrori della guerra, si addormentava guardandolo, mentre sognava attraverso occhi che non avevano visto altro che innocenza e nessun sogno ancora infranto.

Il buco nel ghiaccio era ora il suo mondo ed il cervo sembrò accorgersene, cominciando a brucare qualche sparuto ciuffo d’erba ai piedi degli alberi.

Improvvisamente, il cervo rizzò il collo, le orecchie diritte, i muscoli si tesero pronti a scattare. Un rumore brusco attirò lo sguardo del ragazzino.

Un essere in piedi, sulla roccia, scrutava con lo sguardo in lontananza, verso il villaggio. Il corpo tatuato, due zanne possenti tra le mascelle, pelli di un animale sconosciuto ne rivelavano le origini: Orchi.

Il tempo sembrava essersi fatto inquieto, si udivano i tuoni in lontananza farsi sempre più vicini, sempre più forti…

Il fragore assordante dei cavalli da guerra lo travolse come un fiume in piena.

Lasciò cadere la canna da pesca e cominciò a correre verso casa.

Ma erano stati più veloci di lui.

Appena giunto, vide che la battaglia era già iniziata. Teste mozzate giacevano sparse, tingendo di cremisi il candore della neve. Urla, grida, rumore, scintille, fiamme. Tutto si mescolava nel fragore assordante delle urla tribali degli orchi.

Sentì improvvisamente una stretta decisa alle sue spalle, che lo tolse appena in tempo dagli zoccoli ferrati di un cavaliere Elfico in Armatura. Si girò e vide il volto della madre, che cercava con difficoltà di tranquillizzarlo con lo sguardo, come solo una madre che sta per morire potrebbe fare.

Al centro, in piedi sulle possenti gambe impellicciate, si ergeva suo Padre, Presthenax, il volto segnato da una cicatrice che colava sangue, ai suoi piedi due lame insanguinate con ancora attaccate le mani degli sfortunati possessori.

Un cavaliere tentò di caricarlo, ma la rapidità e la destrezza del guerriero furono miracolose, lo scintillio della sua lama fu rapido e deciso. Con un sol colpo lo disarcionò, lasciandolo rovinare al suolo.

Girò lo sguardo su suo figlio, a malapena nascosto sotto il carro insieme alla madre, e gli uscì un sorriso “Proteggi tua madre, Figlio mio”.

Un’ombra veloce passò alle spalle dell’uomo. Gli occhi si spalancarono improvvisamente, in un’espressione di dolore. Girandosi, il ragazzino vide l’ascia piantata nella schiena del padre ed il sangue che cominciava a colare. Seppur ferito, mozzò di netto il piede del proprio assalitore, ma l’opera sanguinaria fu portata a termine da due mastini da guerra, che ne sbranarono il corpo, oramai provato dalle ferite e dallo scontro.

Morte. Questo apprese quel giorno.

La madre lo strinse a sé, cercando freneticamente la spada.
Al centro del villaggio, i cavalieri si erano placati, tra i fumi delle abitazioni ed i corpi senza vita dei suoi abitanti.

La spada di suo padre era tra le mani di uno di loro, un guerriero Tauren immenso, completamente ricoperto dall’armatura, che la rimirava quasi come una reliquia sacra.

Il gruppo dei guerrieri si aprì in due ali ed avanzò sulla sua cavalcatura un signore della guerra elfico, con intarsi dorati sul petto e sui bracciali. Tolse l’elmo, rivelando uno sguardo glaciale, inumano.

La madre, prendendolo per una mano, si alzò in piedi, brandendo minacciosa la spada.

Il cavaliere elfico scese da cavallo, prese la spada dalle mani del tauren e si avvicinò a lei, guardandola fissa negli occhi.

Lo sguardo era rassicurante, caldo, accogliente, pacifico. L’elfo si voltava lentamente di spalle, mentre la guardava, quasi chiedendo pietà di fronte alla decisione della madre di togliergli la vita.

La madre si perse in quegli occhi e lasciò scivolare il braccio lungo il fianco.

Lo scatto fulmineo del corpo in armatura fu seguito dal fruscio della lama.

Un tonfo sordo nella neve e la mano della donna abbandonò quella del ragazzino. Il corpo cadde subito dopo, silenziosamente.

La lama di suo padre, macchiata dal sangue della madre, aveva ricevuto un battesimo blasfemo. La loro unione era andata oltre la morte di entrambi.

Il grosso tauren in armatura con il proprio seguito portò i bambini a sud, oltre i boschi di Felwood.

Furono incatenati alla ruota del destino, ad Ogrimmar.
Un orco sadico frustava i malcapitati.

Nel momento in cui fu incatenato, l’orco chiese in uno stentato Comune: “Kome tu chiami, cucciolo umano?”.

Il ragazzino lo fissò negli occhi, non rispose.

Una sferzata lo colpì sul viso, seguito da un calcio nelle costole che gli tolse il fiato.

Prendendolo per la folta capigliatura, gli girò il collo, procurandogli un forte dolore:
“Me importa niente di tuo stupido nome, feccia. Tu dire me tuo nome per bracciali di ferro, capito? Così ordina Mynas, signore Tauren. E Grohl esegue! Tuo nome su prossima tomba, hahahaha!!! Stupido cucciolo di uomo. Comincia a spingere ruota, feccia”.

“Searinox!”, disse a denti stretti. E non sarà il mio di nome sulle lapidi, pensò deciso.

“Non ci sarà mai il mio nome su una lapide!”

Cominciò a spingere la ruota.

_________________
Non possiamo decidere come nascere, ma possiamo scegliere come affrontare degnamente la fine

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sabato 22 marzo 2008, 13:50
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